mercoledì 25 giugno 2008

33° canto del Paradiso

Padova, 23 giugno 2008

Prato della Valle, serata di caldo afoso. Migliaia di persone in una delle piazze più grandi d'Europa.
In questo clima si è svolta una serata all'insegna di una parte di storia e cultura del nostro paese. Raccontata con leggerezza ma sostanza.
Devo dire che dal vivo è tutt'altra cosa che in televisione. Lo si segue decisamente meglio e le emozioni che riesce a trasmettere sono nettamente superiori alle radiazioni trasmesse dal tubo catodico. Anche se il canto non era inedito.
E le corse per arrivare a Padova e due ore in piedi sono valse la pena.
Non è naturalmente mancata un'introduzione sulla nostra "bella" politica, ma come dice lui "si fa per scherzare!"
Dell'Amore, del libero arbitrio, di Dio, della vita fatta di scelte, del cuore e dell'anima adulte...

Il canto trentatreesimo del Paradiso di Dante Alighieri si svolge nell'Empireo, la sede di tutti i beati; siamo a mezzanotte del 14 aprile 1300, o secondo altri commentatori del 31 marzo 1300.
Si tratta dell'ultimo canto del Paradiso e quindi dell'intero poema, che si chiude, dopo una preghiera alla Vergine, con la visione di Dio, della Trinità e dell'Incarnazione.
Link:
Il canto

Questo secondo me il momento più intenso anche se un pò cambiato rispetto allo spettacolo di Padova:

Nel suo profondo vidi che s’interna,
legato con amore in un volume,
ciò che per l’universo si squaderna

Lì dentro, in quel punto, c’era tutto ciò che esiste nell’universo.

sustanze e accidenti e lor costume
quasi conflati insieme, per tal modo
che ciò ch’i’ dico è un semplice lume.

Queste due terzine sembra passino così. Dentro Dante, legato con amore in un volume, in quel punto, dove sta Dio, cosa vede? C’è un altro grande scrittore, l’argentino Borges - che ha scritto l’Aleph - che ne ha parlato. C’è un punto che è quello di Dio da dove si vede tutto sempre.
Lì dentro, in quel momento eterno in cui Dante ha guardato dentro la luce di Dio, ha visto l’eternità da sempre in tutto: sustanze e accidenti. Ha visto l’infanzia di tutti noi, i cieli di tutti noi, gli amori che non sono andati a termine, quelli appena sbocciati, ha visto ognuna delle nostre vite, ci ha visto qui stasera che parlavamo di lui, ha visto Giulio Cesare a cavallo. Era il cavallo di Cesare, ha visto lo zoccolo del cavallo di Cesare, la terra dove lo zoccolo del cavallo di Cesare batteva, l’erba calpestata... era l’erba! Lui era l’erba sotto lo zoccolo del cavallo di Cesare, ha sentito il tonfo di una castagna che cade in ottobre, ha visto tutto il coraggio non giunto a compimento, ha visto fiori che sono cresciuti in luoghi dove nessuno ha mai posto gli occhi o le mani. Ha visto dei meli che sono cresciuti in silenzio per anni, in silenzio, senza dire niente a nessuno per l’eternità, per tutti gli anni che dovevano crescere. Ha visto gli occhi di una tigre, ha visto ogni foglia di ogni albero, è stato quella foglia di ogni albero. Ha visto una volpe che azzanna un coniglio, era i denti della volpe, era il sangue del coniglio, era i globuli del sangue di quel coniglio. Era dentro a ogni insetto del mondo, ha visto la vita di ogni insetto del mondo e ha visto anche perché sono nati e perché dovevano esserci tutti gli insetti del mondo e tutti i tipi di vita del mondo. Ha sentito tutti i profumi dell’esistenza e dell’universo, ha visto qualsiasi luce, è stato quella luce, è stato quel profumo, è stato tutte quelle cose insieme: in quel momento.
Questo dicono questi versi, è un attimo eterno, incommensurabile.

Link: trascrizione del canto dallo spettacolo di Benigni

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